«Tornano imprese date per perse» – Il Sole 24 Ore

by admin on February 28, 2012




Per Harry Moser la battaglia affinché il cuore industriale dell’America torni a battere è personale: l’idea del re-shoring, del rimpatrio di produzioni a volte considerate perse per sempre, gli è venuta passando davanti ai luoghi dove un tempo sorgeva una delle più grandi fabbriche della Singer. «A Elizabeth, in New Jersey, non restava nulla di quell’impianto dove mio nonno e mio padre avevano lavorato – racconta – e dove io stesso avevo passato le estati». Un destino, quello dello stabilimento della Singer, comune a molte altre fabbriche vittima di globalizzazione e delocalizzazione. Ma, agli occhi di Moser, non è più un fato inevitabile: «Ogni anno negli Stati Uniti importiamo forse mille miliardi di beni la cui produzione abbiamo trasferito offshore. Finora il re-shoring ha riguardato al massimo 50 miliardi. Quindi parliamo ancora di poco. Ma il tasso di offshoring sta frenando, cresce forse tra il 2% e il 5% l’anno, invece che del 10 per cento. Mentre quello di re-shoring ha accelerato al 15-20 per cento».

Moser – che dopo le estati da ragazzo alla Singer ha avuto una carriera di dirigente d’azienda, neanche a dirlo, manifatturiera, alla Charmilles Technologies in Illinois – è oggi il fondatore di Re-shore Now, organizzazione dedita alla reindustralizzazione d’America e non solo. «Può valere per tutti i Paesi sviluppati», afferma. Un illuso, per gli scettici, che vedono solo un fenomeno marginale, la goccia di qualche centinaia di migliaia di posti manifatturieri creati su oltre 8 milioni svaniti. Un profeta di nuovi trend, invece, per un crescente numero di seguaci. Dati e statistiche sul re-shoring, ammette lui stesso, sono spesso ancora aneddotici e incerti. Di sicuro, però, la sua voce oggi si fa sentire come mai. È stato invitato alle iniziative della Casa Bianca, impegnata a promuovere un’economia più equilibrata per il futuro. Interviene, per sensibilizzarle, davanti ad associazioni imprenditoriali. Promuove modelli per meglio calcolare i costi dell’offshoring, che ritiene cronicamente sottovalutati di un quinto, e dei vantaggi al contrario di un ritorno in patria. Ama citare i suoi esempi preferiti. Non soltanto i grandi marchi, l’auto o la General Electric che riprende a sfornare caldaie, ma i sintomi di un fenomeno più diffuso. «È tornata persino la produzione di frisbee della Wham-O dalla Cina verso la California e il Michigan. E se si può rimpatriare qualcosa di così semplice, allora deve essere possibile farlo per prodotti più complessi, anche per quelli della Apple».

Apple, uno dei casi considerati dai più impossibili, con i suoi iPhone made in China. Lo stesso Steve Jobs, parlando l’anno scorso con il presidente Barack Obama, diede quei posti di lavoro persi per sempre. Perché Moser è convinto del contrario? «Perché oggi vedo un terreno concorrenziale sempre più equilibrato, con l’aumento del costo del lavoro in Paesi come la Cina – dice -. Si sta inoltre diffondendo una maggior comprensione dei costi dell’offshoring e della necessità di migliori servizi e d’innovazione a favore di clienti e consumatori, che potrebbero essere disposti a pagare anche prezzi più alti. Tutti fenomeni facilitati da una produzione vicina al mercato domestico». Le ragioni del re-shoring possono così valere, a suo avviso, anche per altri Paesi, «compresa l’Italia». Persino Moser avverte però che per sostenere il re-shoring non bastano solo la volontà e singoli esempi, servono riforme e cambiamenti. Per gli Stati Uniti, il grande ostacolo che teme è ancora la carenza di lavoratori specializzati, più che di infrastrutture o incentivi alle imprese. «Serve una forza lavoro con le giuste qualifiche. È utile, certo, dar vita a un generale clima favorevole al settore manifatturiero, ad esempio con tasse più basse. Occorrono però oggi soprattutto lavoratori specializzati». Se è solo un sogno, Moser è disposto a sognarlo.

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LO STUDIO


p Il Boston Consulting Group ha realizzato la ricerca Made in America, again. Why manufacturing will return to the Us. La ricerca sostiene che in cinque anni si registreranno aumento dei salari cinesi, maggiore produttività, indebolimento del dollaro: questi fattori porteranno a restringere il divario tra i costi degli Usa e quelli della Cina. Lo studio sottolinea il ruolo degli incentivi governativi e il confronto con i costi degli altri Paesi per un ritorno negli Usa delle più importanti aziende del manifatturiero a stelle e strisce.

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